Al cinema: Metropolis

Qualche settimana fa mi sono recata al BFI Southbank per vedere sul grande schermo Metropolis, film del 1926 del regista austriaco Fritz Lang. Questa pellicola è considerata uno dei grandi classici della cinematografia occidentale, e della fantascienza in particolare, un’opera alla cui visione non si può e non si deve assolutamente sfuggire, non solo in quanto meravigliosa, ma anche per essere stata fonte di ispirazione e citazioni in numerosi ambiti della cultura anche pop.

L’attuale versione è quella restaurata del 2010 in cui al film giunto ai giorni nostri – tagliato brutalmente di oltre 30 minuti; è stato aggiunto del materiale ritrovato nel 2008 presso un collezionista privato di Buenos Aires. La pellicola, sebbene notevolmente deteriorata, comprende oltre il 90% delle scene mancanti, ritenute definitivamente perdute dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’attuale versione di Metropolis è inoltre completata dalla colonna sonora originale, opera di Gottfried Huppertz.

Il film è ambientato nel 2026 ed è ambientato in una realtà industriale e distopica dove la classe dirigente e quella dei lavoratori è separata da un abisso profondo, non solo metaforico, ma anche fisico, in quanto gli operai lavorano e vivono nel sottosuolo, in estenuanti e deumanizzanti turni di 10 ore. Il figlio del leader di Metropolis, Freder, incontra Maria, una ragazza della classe popolare e se ne innamora. Grazie a questo amore verrà a conoscere le condizioni di vita della classe più povera e cosa si nasconde nelle viscere della città. Non ho detto praticamente niente e non dirò di più. Bisogna guardarlo.

Diverse sono le critiche mosse a questo film, anche illustri. E’ molto interessante leggere la critica mossa da H. G. Wells, lo scrittore di fantascienza, che oltre a definirlo “il più sciocco tra i film”, espone degli argomenti molto interessanti a suo sfavore, quali l’uso di una tecnologia per niente avanguardista, in alcuni casi quasi obsoleta rispetto al progresso raggiunto in Occidente all’epoca – cosa per niente positiva per un film in cui i suoi primi spettatori si aspettavano di trovare “la città del futuro”; oppure la forte connotazione religiosa della trama, che ho trovato fastidiosa persino io.

Nonostante ciò, è un film che va visto e in questa sede desidero semplicemente condividere con voi i motivi per cui credo si dovrebbe fare.

  1. La scena della danza.

Questa scena dal ritmo incalzante, preludio della tragedia che sta per avvenire, è interessante da diversi punti di vista.

Innanzitutto introduce una delle chiavi di lettura del film, quella del ruolo della donna all’epoca della Repubblica di Weimar (o sarebbe meglio dire di sempre?), dove la dicotomia tra santa e tentatrice è personificata dalle figure di Maria e del suo doppio, riconosciute tuttavia come un’unica persona dalla società intera, ricchi ed operai, ed unicamente da biasimare e da punire.

A supportare ciò interviene anche la tecnica del montaggio alternato tra la scena della danza e Freder in preda ad un’allucinazione – infermo a letto dopo aver visto Maria tra le braccia di suo padre. Con questa tecnica viene suggerita una sfumatura psicoanalitica alla scena, in cui il figlio, a causa dello shock ricevuto, vede la donna amata come una prostituta che si offre al migliore offerente, come viene anche suggerito dal predicatore, e prova un sentimento di impotenza e di castrazione virtuale (la morte con la falce).

L’immagine degli uomini adoranti ai piedi della donna è stata ripresa anche da molte artiste pop quali Madonna o Lady Gaga. Infine non mi stupirei se l’immagine degli occhi non abbia ispirato anche Salvador Dalì nella sua collaborazione con Alfred Hitchcock in “Io ti salverò”.

2. Il gusto per la simmetria.

Questa scena, insieme a quella della cattedrale e dell’entrata degli operai in fabbrica poco più sotto, mostra la straordinaria simmetria e sincronicità creata nelle immagini in movimento di Lang. Questa messa in scena rafforza ancora di più l’idea dell’alienazione psicologica degli operai, non più uomini di carne ma uomini macchina loro stessi. Essi si muovono con ritmo ed ordine in ogni momento, anche durante la loro ribellione. Non sono più individui ma massa e tali rimarranno anche alla fine, per loro non esiste più alcuna speranza.

A prescindere dalla possibile lettura del film alla luce del potere deumanizzante della tecnologia quando non rimane mezzo ma si trasforma in culto, queste immagini sono straordinarie da godere anche dal semplice punto di vista estetico. Per me è come guardare una delle architetture fantastiche di Giovanni Battista Piranesi o i quadri del Tintoretto per i tagli di prospettiva a volte estremi e per la gestione degli spazi.

Nemmeno Fredersen, il capo di Metropolis, è esente da questa ossessione per la simmetria.

3. I sottotesti.

Come è stato riassunto magnificamente dal critico tedesco Thomas Elsaesser nella monografia dedicata e approfondito ulteriormente in alcuni appunti dagli studiosi della Warwick University, questo film è un grande calderone in cui tutti possono trovare il significato che vogliono. C’è il filone politico, c’è il filone femminista, c’è il filone della lotta di classe e quello religioso. C’è chi è convinto che finisca bene e chi invece non ne è affatto convinto (io appartengo al secondo partito). In diversi momenti della storia del mondo lo spettatore ha voluto dare diversi significati a questo film. Per questo Elsaesser considera questo film “non propriamente profondo, ma dotato di una risonanza archetipa che riesce a toccare la sensibilità e le ansie comuni come solo i miti e le favole sono in grado di fare”. Proprio per tale motivo l’influenza di Metropolis pervade tanti ambiti della cultura e della comunicazione, dal cinema più raffinato ai videoclip di musica pop, e non sembra doversi affievolire mai, come tutte le favole che si rispettino.

 

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